Tesi di laurea sul Museo etno-antropologico “I ferri du Misteri” di Castanea (ME)


Tesi di laurea Dott.ssa Ramuglia pdf

Dalla tesi di laurea della Dott.ssa Maria Grazia Ramuglia

Nell’estate del 2010, Domenico Gerbasi ha fondato con grande passione e grande esperienza, non lontano dal centro di Messina, nel ridente paesino collinare di Castanea, suo storico paese natio, un ricco e interessante museo antropologico intitolato “I ferri du mistreri”. In questo originale museo sono esposti migliaia di oggetti di vario genere, principalmente proprio i ferri degli antichi mestieri. Si possono ammirare anche attrezzi agricoli, pastorali, di ambito artigianale, domestici, i quali evocano antichi mestieri e lontane costumanze specialmente rurali, ormai non più in uso.
La grande passione per il collezionismo da parte di Domenico Gerbasi, di professione geometra, nacque nel lontano 1963. In quell’epoca, trovandosi in Svizzera per lavoro, casualmente passò da un mercatino dell’usato rionale, guardando incuriosito gli oggetti esposti, rimase incantato di un antico crocifisso costruito artigianalmente in avorio e legno, lo acquistò subito e non se ne separò mai. Guardando proprio questo crocifisso si domandò come un artigiano, in quell’epoca, potesse creare con le proprie mani, aiutandosi con piccoli e semplici attrezzi, un oggetto di tale bellezza. Fu proprio questa la scintilla che innescò la sua passione per i prodotti popolari e lo stare a stretto contatto per anni con realtà artigianali e contadine lo hanno reso consapevole del sacrificio, dell’impegno e della dignità delle classi artigiane più povere facendolo sempre più appassionare ai mestieri, attività e modi di vivere delle comunità rurali e popolari. Ha raccolto e collezionato per decenni gli strumenti di lavoro (attrezzi ed oggetti molti dei quali comprati, altri trovati, altri regalati), risalenti al periodo compreso tra la fine dell’800 e i primi anni del 900, per lui preziosi anche se oggi per alcuni, questi arnesi vengono considerati vecchi, obsoleti, ingombranti, inutili e da buttar via. Così Gerbasi ha acquisito nel tempo notizie sulle tecniche e sull’utilizzo di questi “ferri du misteri”.
Dal 2004, quindi prima dell’apertura del museo, Domenico Gerbasi, volendo divulgare questa sua passione, ha allestito diverse mostre, esponendo in pubblico i suoi preziosissimi oggetti. Iniziò proprio vicino il suo paese, sui
36
colli, nell’ex Hotel San Rizzo, in occasione della manifestazione naturalistica “Incontriamo la natura attraverso il mondo dei funghi” ed inoltre anche in provincia, per esempio, nel paese di Torregrotta, in occasione della “Sagra del vino” ed in tante altre località. Volendo citare alcuni oggetti, magari i più originali, fra i centinaia esposti, ricordiamo “u braciere”, la nostra attuale stufa. Questo non era altro che un ciotolone in alluminio appoggiato su una base di legno dove dentro si faceva ardere del carbone. In quell’epoca era una abitudine domestica utilizzare “u braciere” in inverno, che serviva a riscaldarsi e al contempo veniva utilizzato dalle donne per asciugare i panni.
Ricordiamo, inoltre “a cunocchia”, ovvero la rocchetta, un piccolo e semplice oggetto in legno ma geniale, usata dalle donne per avvolgere la lana dei materassi. Ed ancora “u torchio” cioè la pressa, un utilissimo attrezzo usato dai contadini sia per la spremitura dell’uva, per produrre il mosto per il vino, e sia per la spremitura delle olive per produrre l’olio.
Molto bella “a giara” anfore di terracotta di tutte le dimensioni, dove i contadini ponevano il vino e l’olio per la conservazione.
Originale anche “u bumbulu” il nostro attuale thermos, una caraffa di terracotta con una piccola apertura superiore, riempita di acqua la manteneva fresca; usata principalmente dai muratori per dissetarsi durante il loro duro lavoro. Oggi “u bumbulu” viene usato, decorato, come strumento musicale dai gruppi folcloristici regionali principalmente dell’Italia meridionale, in quanto, vuoto, soffiando dentro, attraverso l’apertura superiore, emette un gradevole suono che si accompagna benissimo al suono degli altri strumenti del gruppo. È bella anche la scenografia, perché il canterino che lo usa si diverte a lanciarlo in aria per poi riprenderlo al volo.
Questi sono solo alcuni esempi, infatti, Domenico Gerbasi esponeva e mostrava tantissimi altri attrezzi antichi facendo capire al pubblico, con quanta passione e con quanta fatica questi oggetti venivano usati dai contadini e dagli artigiani (falegnami, muratori, fabbri, calzolai, tessitori ecc.) nello svolgere il proprio lavoro.
37
Nel 2010, considerato che gli attrezzi e gli oggetti da esporre aumentavano di numero, quindi maggiore difficoltà di trasportarli da una mostra all’altra, anche rischiando di danneggiarne qualcuno, Domenico Gerbasi pensò bene che fosse arrivata l’ora di poter creare qualcosa di diverso: un museo. Così proprio nel 2010, nel suo paese di Castanea, allestì ed aprì al pubblico, in una struttura composta da due piani, il museo etno antropologico dell’arte rurale contadina dell’area dei Peloritani, chiamandolo “I ferri du misteri”. Questo non fu un punto di arrivo per Domenico Gerbasi, ma ancora uno stimolo più forte per andare a cercare in qualsiasi posto e luogo attrezzi e oggetti per arricchire il suo museo. Grazie al suo lavoro di geometra, non mancavano occasioni di andare in vecchi fabbricati da ristrutturare e qui, in qualche angolo trovava, magari pronti per essere buttati, oggetti antichi, di nessun valore per il proprietario dell’immobile, ma preziosissimi per lui. Per Domenico Gerbasi la raccolta continua, non finisce mai, c’è sempre qualcosa di nuovo, e capita, spesso, di recuperare oggetti interessanti per strada. Un giorno, racconta, a Massa S. Lucia ha trovato su un muretto una radio antica e se ne è impossessato, pensando che anche questa potesse contribuire ad arricchire il patrimonio etno antropologico.
Nel 2013 Domenico Gerbasi ebbe l’occasione, proprio vicino al suo museo, di acquisire un rudere, presumibilmente risalente al 1600, danneggiato più volte da eventi sismici e dalla guerra mondiale, disposto su un piano, anche se segni tangibili dicono che la struttura avesse qualche piano in più. A quell’epoca era la sede dell’unica farmacia del paese. Con tanti sacrifici, ma con tanta passione, lo ristrutturò per ampliare ancora il suo museo, introducendo numerosi reperti di grande valore scientifico e nuovi settori espositivi. Questo nuovo plesso è stato inaugurato il 21 dicembre 2015, anche se non fa riferimento all’apertura, in quanto il museo era già parzialmente allestito dal 2013 ma solo al momento dell’inaugurazione le sale espositive erano sostanzialmente complete. Il 22 dicembre 2015 la Gazzetta del Sud, giornale quotidiano di Messina, dedicò un dettagliato articolo, mentre a livello nazionale, il 18 gennaio 2016, il giornale settimanale Cronaca Vera dedicò un ampio servizio anche fotografico.
38
Domenico Gerbasi in questo nuovo plesso ha realizzato una ricca biblioteca con libri e giornali antichi, fiore all’occhiello un volume di raccolte di poesie scritte dalla bravissima poetessa messinese Maria Costa, dono della stessa poetessa, quando andò a trovarlo per visitare il museo. Questo regalo fu tanto gradito da Domenico Gerbasi, che lo custodisce gelosamente, addirittura insieme alla penna con la quale Maria Costa gli firmò la dedica. Ancora interessante la sezione dedicata alla fotografia con le opere del maestro Aldo Pintaldi, a lui intitolata, grande amico di Domenico Gerbasi. Si tratta di una collezione di circa 400 fotografie, donate dallo stesso maestro fotografo durante una sua visita nel luglio del 2012. Interessante anche la visita di Melina Prestipino, direttore della Sezione per i Beni Bibliografici e Archivistici della Soprintendenza di Messina che così commentò la sua visita: “Il museo è intitolato a i ferri du misteri, misteri intesi come lavoro, attività artigianale, attività manuale. L’etimologia del mistero che avvolge la vita in ogni sua manifestazione, il mistero della natura, il mistero dell’attività dell’uomo che si manifesta attraverso la sua creatività e il suo rapportarsi alla natura. E i ferri sono gli arnesi, altresì sono l’arguzia, la capacità di concepire e di creare, di fare dell’uomo, come se fosse nato con quell’artifizio incorporato nel suo Dna, sin dalla nascita.” Anche il noto cantautore e scrittore siciliano, messinese, Gianni Argurio, autore di famose canzoni siciliane, è andato a Castanea per visitare il suo museo.
Il poeta Alfonso Saya dedicò la poesia intitolata “I ferri du misteri” al museo e all’amico Mimmo Gerbasi, affermando che tutti gli oggetti che si trovano nel museo ci parlano e guardandoli possiamo fare un “bel tuffo nel passato”. Non sono ferri vecchi, da buttare, sono ferri preziosi, che parlano… parlano… sono le nostre radici, senza di loro non si spiegherebbe il presente.
39
I ferri du misteri
del Museo Etno Antropologico
di Mimmo Gerbasi
(Castanea)
I ferri du misteri
chi ricogghi
Mimmo Gerbasi
chi fannu tanta mustra
‘nta stu museu,
non sunnu ferri vecchi
ferri chi non hannu valuri
ferri chi non diciunu nenti.
Sunnu ferri priziusi
chi parrunu…parrunu:
cuntunu tempi chini di travagghiu
cuntunu tempi favulusi
cuntunu tempi chini di Fedi
cuntunu tempi chini d’amuri
Alfonso Saya
Domenico Gerbasi, aiutato da validi collaboratori, è riuscito ad allestire il suo museo (plesso vecchio e plesso nuovo) con circa 2500/3000 oggetti esposti e accuratamente sistemati per settori, tutti con il proprio cartellino con scritto il nome e l’epoca d’origine. Tutti i pezzi sono stati inventariati, elencati e fotografati dalla Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Messina.
Volendo citare alcuni settori, ricordiamo:
 Il settore marinaro pescatore dove si notano: timoni, bussole, boe, salvagente, lumi ad acetilene. L’ acetilene è una materia solida che a contatto con l’acqua emana gas e di conseguenza accendeva il lume per far luce, la notte, durante le battute di pesca. Ed ancora nasse, ceste che
40
immerse nell’acqua servivano per la pesca del gambero, e altri attrezzi “du pisciaru” (pescivendolo) come “a cannistra di pisci”, cesta dove venivano riposti i pesci per la vendita, bilancia, asce per tagliare i pesci di grossa stazza.
 Il settore falegnameria: il falegname, chiamato all’epoca “u mastru d’ascia” con i propri arnesi: pialle, mezze pialle, pialletti, trapani, sponderuole, sgorbie, segacci, raspe, sega d’arco o a nastro, scalpelli, “a firrina”, succhielli di varia dimensione che servivano a praticare fori sul legno, colla a caldo, martelli da impellicciare. Anticamente le parti che componevano un mobile si costruivano con telai di legno poi chiusi con il compensato e, per la rifinitura, su questo si spalmava “a codda a cauddu” colla a caldo sulla quale si adagiava uno strato sottilissimo di legno, detto pelliccia. Questo poteva essere di noce, di mogano o altro; strofinando sopra, con forza, con il martello da impellicciare si faceva aderire bene la pelliccia, facendo fuoriuscire la colla in esubero per un sicuro fissaggio. Una volta asciugata la colla, si passava alla parte finale, cioè alla verniciatura della pelliccia con tintura opaca o lucida a base di cera.
 Settore chimico, chirurgico e medico, dove si notano oggetti originali come il biberon antisinghiozzo, lo strumento per misurare la pressione dell’occhio, pinze e pinzette di tutte le misure, bacinelle smaltate per deporre le garze usate, bisturi. Interessanti le bacinelle di alluminio dove venivano sterilizzate le siringhe di vetro, facendole bollire assieme agli aghi, dopo ogni uso.
 Settore giochi, dove sono esposti birilli, tamburelli, bocce, dama, scacchi, tutti rigorosamente costruiti in legno, corda, fionda, la tombola con i legumi che servivano a puntare sulla cartella i numeri estratti da “u mappamunnu”, tomboliere di fine 800. Quest’ultimo era formato da
41
una sfera girevole attraverso un asse di ferro, serviva per mescolare i numeri da estrarre, la genialità consisteva nel far uscire uno e solo un numero, bloccando il successivo, dopo aver fermato “u mappamunnu”.
 Settore dedicato al barbiere, chiamato anticamente “cerusico”, nel suo “salone” così è chiamata la sua bottega, si possono ammirare i suoi arnesi: forbici, pettini, pennelli da barba, rasoi, lamette, “a machinetta di capiddi”, ovvero il tagliacapelli a mano, terrorre dei bambini, perché oltre che tagliare alle volte strappava i capelli, “a petra lumi” cioè la pietra lume, un minerale a forma di saponetta, che serviva a stagnare il sangue sul volto causato da piccoli taglietti durante la rasatura. Nei primi del ‘900, il barbiere si occupava anche della salute dei suoi paesani, infatti faceva medicazioni, iniezioni, componeva pomate a base di zolfo per curare le varie dermatiti, preparava varie tisane e offriva tanti altri servizi, era proprio un tuttofare.
 Settore dedicato al calzolaio, chiamato “u scapparu” con i suoi utilissimi attrezzi per costruire le scarpe su misura: il trincetto per tagliare pelle e suole, raspa, chiodini, colla, martello da calzolaio, vari tipi di lesine per cucire la tomaia, parte superiore della scarpa, alla suola. E ancora forme di tutti i tipi: in legno e in ferro, da pavimento o da appoggio sulle ginocchia, e vernici di vari colori. Il calzolaio oltre a costruire le scarpe si occupava anche delle riparazioni.
 Settore dedicato all’idraulico chiamato “u stagninu” o “u funtaneri”, il quale si occupava degli impianti o riparazione delle condotte di acqua e della messa in opera dei sanitari nel bagno. Anticamente, i tubi erano di piombo, quindi per posizionarli, “u stagnino” si serviva della filiera con settori dentati per effettuare la filettattura nella parte finale del tubo, della pinza allarga tubi per allargare o stringere i tubi per l’innesto, essendo il piombo un metallo molto duttile, del martello batti piombo
42
che si usava per curvare il tubo. Per fare ciò, si chiudeva da un lato, si riempiva di sabbia per non creare strozzature, e mediante il martello veniva piegato secondo la necessità.
 Settore tipografia: in esposizione un bellissimo tagliacarte del 1800. Anticamente la stampa avveniva utilizzando la matrice, cioè il testo da ciclostilare, si realizzava con la macchina da scrivere usando lettere di piombo bagnate nell’inchiostro. Così si otteneva il testo: battendo sul foglio i vari tasti della macchina corrispondenti alle lettere o ai numeri. Se, eventualmente si sbagliava una lettera, si poteva usare un correttore, una vernice bianca che andava a coprire la lettera sbagliata per poi batterla con quella giusta. Una volta creata la matrice, si sistemava nel ciclostile per produrre varie copie. Per completare, si passava alla rilegatura, i vari fogli si posizionavano uno sopra l’altro in una pressa, dopo averli sparsi di colla lateralmente assieme a due copertine di cartone che andavano a chiudere il libro.
Questi settori elencati sono magari quelli più interessanti e diffusi. Recandosi al museo “I ferri du misteri” si rimane veramente affascinati, c’è tanto da vedere e si ha la sensazione di essere catapultati nei primi anni del ‘900.
Ricordiamo ancora il settore contadino, con tutta la storia di come si coltivava la terra, gli attrezzi, le tecniche per arare, seminare, raccogliere, le procedure per produrre vino, olio, farina. I mezzi di trasporto anticamente erano solo carri trainati da buoi o da cavalli. Venivano costruiti i famosi “caritteddi siciliani”, sono carretti decorati, molto pittoreschi e caratteristici. Domenico Gerbasi è molto orgoglioso di aver trovato, presso una cantina di un antico casolare, ed esposto nel suo museo, la parte posterione di un “caritteddu siciliano” dell’età di oltre 100 anni, con ancora intatta la decorazione, dove è rappresentata la scena di “Santuzza che prega a Turiddu di non andare in chiesa perchè l’aspettava Alfio per sfidarlo a duello” preso dall’opera “La cavalleria rusticana” di Giovanni Verga musicata da Pietro Mascagni.
43
Un altro pezzo raro, esposto nel museo etno antropologico di Castanea, è una spoletta che può considerarsi esemplare unico di abilità, raffinatezza e delicatezza di espressione di arte popolare. Anticamente la spoletta veniva donata dall’uomo alla propria donna come regalo di fidanzamento. Quella esposta nel museo di Domenico Gerbasi, che lui custodisce gelosamente in una ampolla di vetro, utilizzandola addirittura come logo del suo museo. Essa misura circa 20 cm ed è stata realizzata da autore ignoto nella prima metà del XIX secolo, in legno di gelso.
E’ finemente incisa su tutta la superficie, con motivi zoomorfi e geometrici che rappresentano simboli di carattere universale copiati dalla cosiddetta “arte colta”. Son ben distinguibili sui lati due disegni stilizzati rappresentanti due capre e due galli. Le capre rappresentano la vita, la fecondità, il latte, il vivere, mentre i galli rappresentano il sole, l’alba, l’annuncio dell’inizio del nuovo giorno. La navetta stessa ha i suoi significati: il lavoro ed il tempo che passa, e viene considerata anche come portafortuna. Ed è questa caratteristica che fa della navetta un pezzo raro se non unico: il significato apotropaico delle incisioni è rafforzato dalla presenza sotto il tappo di una piccola cavità che contiene un sonaglino. Su uno dei lati della navetta, per amplificare il suono, è presente una finestrella a forma di clessidra. Si racconta, che il suono del sonaglino serviva a rassicurare l’uomo che la moglie stesse lavorando al telaio.
Domenico Gerbasi è orgogliosissimo di questa sua opera, è felicissimo quando arrivano i visitatori, in special modo quelli veramente interessati e appassionati alla sua esposizione. Si mette subito a disposizione con tanta pazienza, esperienza e conoscenza, spiegando dettagliatamente la funzione e l’utilizzo di tutti gli oggetti e attrezzi esposti. Così facendo dà l’opportunità ai visitatori di osservare gli utensili riguardanti gli antichi mestieri, i quali, purtroppo, nei tempi moderni tendono a scomparire.
La finalità principale che il museo vuole offrire, specialmente alle nuove generazioni, è quella di far comprendere la funzionalità di strumenti che in passato aiutavano gli uomini nel lavoro quotidiano e, quindi, di offrire la possibilità di fare una comparazione tra un mondo ormai quasi arcaico e una
44
realtà moderna, dominata dalle macchine che aiutano gli uomini ad eseguire quei lavori che in passato erano svolti con fatica e abnegazione dai contadini, artigiani e da tutti coloro che svolgevano faticosi lavori manuali.
La città di Messina e in particolare il paese di Castanea debbono essere orgogliosi di quest’uomo, Domenico Gerbasi, che con la sua abnegazione, passione e grandi sacrifici, spendendo moltissimo tempo della sua vita per lo studio e la ricerca, ha saputo sapientemente divulgare e far rivivere, a livello nazionale, usanze, abitudini e stili di vita delle comunità dalla fine dell’800 ai primi del ‘900.