L’ARTE LIGNEA DEI PASTORI NEL MUSEO GERBASI A CASTANEA

L’ARTE LIGNEA DEI PASTORI  NEL MUSEO GERBASI A CASTANEA

 

Il legno ha rappresentato per millenni, la materia prima a cui attingere di più facile reperimento e di maggiore disponibilità: di legno era costituito l’universo materiale  del sistema di vita e la gran parte degli utensili di lavoro e di uso domestico.  Nella società rurale, numerose erano le figure che si occupavano della lavorazione del legno; oltre al mastro d’ascia d’opera rossa, esperto falegname che conosceva tutte le caratteristiche delle essenze arboree, e che si occupava del reperimento del legname direttamente nel bosco, i pastori, in particolar modo, si dedicavano durante le lunghe ore passate al pascolo, alla creazione di manufatti da lavoro ed attrezzi di uso domestico utilizzando diverse essenze: arancio, gelso, castagno, sorbo.

Il primo demologo che individuò questa particolare espressione di cultura popolare fu Giuseppe Pitrè che nel 1881 in occasione della Mostra Etnografica di Milano propose una serie di oggetti di legno incisi dai pastori siciliani. Tali manufatti recavano incisioni che, secondo lo studioso,  riconducevano a fasi arcaiche. Abilissimi in questa attività, i pastori della zona peloritana, che  rifinivano gli oggetti con delicati intagli, eseguiti generalmente con la punta di un  coltello, con una particolare tecnica detta stiliatura. I reperti, le tecniche di lavoro e gli strumenti utilizzati, sono divenuti oggi, materia di studio della cultura materiale che fa capo all’universo agro-pastorale.

Molti di questi oggetti, ed in particolare quelli destinati a divenire dono per la donna amata, dotati di una specifica valenza artistica sono divenuti espressione di quella che viene comunemente definita dagli studiosi del settore  Arte dei pastori (cfr. Riccobono Franz, L’arte dei Pastori, Pungitopo 1992).  Si tratta principalmente di collari animali,  barilotti,  e fiasche che disponevano di una superficie curva, ma piatta e facile da incidere, ma anche bastoni, ciotole, forchette, cucchiai e bicchieri, questi ultimi  più spesso in corno, stecche da busto, strumenti musicali e flauti di canna, sedie, pipe, scatolette, stampi per dolci e borracce di zucca. I decori più semplici consistono in motivi geometrici  che si rifanno a stilemi bizantini, una serie ripetuta di quadrati, triangoli e rombi e cerchi ottenuti con incisioni ben marcate; i decori più articolati presentano motivi fitomorfi o zoomorfi, ottenuti con incisioni meno marcate  e più delicate. L’interpretazione del significato di questi disegni incisi è stata materia di studio per molti esperti etnografi: per Antonino Buttitta sono  esempi di cultura figurativa popolare, Raffaele  Corso vede nei motivi ornamentali di arte popolare origini preistoriche, Giuseppe Cocchiera che individua in tali decori significati magico-religiosi e Antonino Uccello che definisce questa arte popolare: la civiltà del legno.

Tra gli oggetti incisi dai pastori, quelli che rappresentano l’espressione massima della loro arte, sono sicuramente le sculture a carattere religioso, ed i manufatti legati all’attività della tessitura. Gli oggetti dedicati alla tessitura, ambito esclusivo delle donne, venivano abbelliti con delicate incisioni per divenire spesso prezioso dono per la futura sposa. Nei musei etnoantropologici della provincia di Messina sono conservate ed esposte raccolte di strumenti di lavoro in legno destinati alla tessitura: fusi e conocchie, basi per fuso incannatore, navette, telai. Il fuso ha rappresentato per secoli il simbolo del lavoro e della condizione femminile nelle civiltà rurali. Le rocche, conocchie,  venivano intagliate ad un apice sino ad ottenere sculture a tuttotondo; soggetto frequente la figura femminile stilizzata, espressione di un linguaggio simbolico; le rocche presentano da una parte un rigonfiamento, spesso realizzato con listelli di canna, che serviva per trattenere il filato, detto appunto conocchia. Spesso all’interno di questi rigonfiamenti si trovano dei piccoli sonagli o semini secchi: con il movimento durante l’utilizzo si produceva un suono ritmato che svolgeva funzione apotropaica. Giuseppe Pitrè afferma, che il suono prodotto assolveva anche una sorta di funzione di controllo da parte dell’uomo, nei confronti della donna intenta al lavoro. Anche le spolette, navette, venivano incise, ma data la piccola superficie disponibile spesso solo con semplici decori geometrici o con le iniziali della donna a cui l’oggetto doveva essere donato. Presso il Museo etnoantropologico Gerbasi di Castanea, (ME), è conservata una spoletta che può considerarsi esemplare unico di abilità,  raffinatezza e delicatezza di espressione di arte popolare. L’oggetto di area peloritana, misura circa 20 cm ed è stato realizzato da autore ignoto nella prima metà del XIX secolo, in legno di gelso. E’ finemente inciso su tutta la superficie, con motivi zoomorfi e geometrici che rappresentano simboli di carattere universale copiati dalla cosiddetta arte colta. E’ ben distinguibile sui due lati una sorta di rettile sinuoso terminante con una testa di gallo crestata molto stilizzata.  La figura è ripetuta sulla faccia superiore ai lati dell’alloggiamento della spoletta e su una delle superfici triangolari sono incise quattro teste di gallo stilizzato che  contornano un tappo circolare. Ed è questa caratteristica che fa della navetta un pezzo raro se non unico: il significato apotropaico del gallo inciso è rafforzato dalla presenza sotto il tappo di una piccola cavità che contiene un sonaglino. Su uno dei lati della navetta, per amplificare il suono, è presente una finestrella a forma di clessidra. Non è casuale la raffigurazione del gallo, che troviamo anche nelle stecche per i licci dei telai iblei, conservate presso la Casa-museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide. Infatti il gallo simboleggia la rinascita, il sorgere del sole ed è simbolo di forze benefiche e protettrici: la sua immagine svolge funzione apotropaica.

 

 

Osvaldo Prestipino Giarritta

 

 

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